Normalmente non ci pensiamo, ma un piatto di pasta al ragù è il risultato di un’operazione di ingegneria alimentare. Abbiamo preso dei cereali, li abbiamo decorticati, raffinati, tritati, impastati con acqua, uova e sale e li abbiamo cotti in acqua bollente aggiungendoli ad un purea di pomodori cotti con olio, aromi e carne di manzo.
Quello che abbiamo fatto è stato prendere degli alimenti naturali e li abbiamo modificati… perché? Per un unico, inequivocabile scopo: far godere le nostre papille gustative.
In un certo senso abbiamo manipolato la natura per soddisfare uno dei nostri sensi.
Io personalmente, pur adorando le tagliatelle al ragù ed il 99,5% dei prodotti realizzati dalla incoparabile tradizione culinaria italiana, mi sto sempre più affezionando al concetto di ingegneria nutrizionale.
Una tipica operazione di ingegneria nutrizionale è un integratore di vitamine. Abbiamo preso i micronutrienti, li abbiamo uniti tra di loro e – se siamo una grande azienda di integrazione alimentare… – li abbiamo combinati privilegiando la loro assimilabilità.
Perché lo facciamo? Per prenderci i nutrienti che scarseggiano sempre più nel cibo…
Anche in quello naturale? Certo, non sempre per cattiva volontà di qualcuno ma per le necessità di un mercato poco informato che non ha strumenti di valutazione adeguati oltre l’aspetto ed il costo.
Ma la vera tragedia sta proprio nei frutti (industrializzati…) dell’ingegneria alimentare! Perché se l’unico scopo è soddisfare il palato, solleticare i succhi gastrici, farci innamorare di sapori sempre più artefatti, è ragionevole pensare che nessuno si preoccupa dei nutrienti… Anzi.
E’ d’obbligo dedurne che ogni sforzo, ogni investimento, ogni miglioramento siano improntati in questa direzione, e che per contenere i costi ci saranno sempre meno nutrienti.
Se la maggioranza delle persone paga per il gusto, perché investire per qualcosa per cui l’italiano epicureo medio non spenderebbe un euro in più?
Ma fortunatamente le cose stanno lentamente cambiando. All’immenso (in tutti sensi…) popolo degli amanti dell’ingegneria alimentare, del sesso occasionale con il primo carboidrato oleoso che passa, sta cominciando a rispondere la piccola tribù di coloro che si stimano abbastanza da perseguire i frutti dell’ingegneria nutrizionale, di quell’amore eterno che ognuno di noi dovrebbe dichiarare innanzitutto a se stesso.
E perché ci preoccupiamo dei nutrienti? Per vivere meglio e più a lungo, semplicemente. Anche perché nell’antica sapienza dell’equilibrio, se vivo 20 anni di più forse mi godo anche qualche piatto di fettuccine in più…
Ma attenzione! Se il mercato cambia, gli esperti di marketing sono pronti ad abbracciare al volo la nuova tendenza… Cambiando genere? Mettendosi a produrre nutrizione piuttosto che alimentazione? No! E’ più entusiasmante cercare il miracolo… daltronde si sa, più la balla è stratosferica, più è credibile…
Prendiamo dei biscotti al cacao (prodotto di ingegneria alimentare), qualcosa cui le persone si affezionano per l’appagamento orale, ci mettiamo dei probiotici (dettaglio di ingegneria nutrizionale) e ce li vendiamo come nutrizione sana, qualcosa che anche il popolo del benessere potrebbe desiderare!
L’idea è geniale, rappresenterebbe veramente la quadratura del cerchio, se… non ci fossero alcune piccole incongruenze:
- i nutrienti costano, e costano molto di più degli alimenti. Come fai, tu grande azienda alimentare a permetterti (e permettermi) di mangiare sana nutrizione al costo di un’insana alimentazione?
- i dettagli sono importanti (qualche nutriente aggiunto qua e là), ma è la struttura che fa la differenza… in poche parole non basta dipingere una macchina di rosso per avere una Ferrari!
- perché dovrei bermi la tua conversione se con una mano dai e con l’altra togli? In poche parole, perché dovrei fidarmi dei tuoi consigli di pace se contemporaneamente e senza alcun pudore continui a fare la guerra?
Questo è quello che sta facendo una grande società di ingegneria alimentare italiana, corresponsabile dell’overdose di carboidrati e zuccheri che sta piagando il Paese e che con mulini ovattati e slogan sdolcinati (guarda caso…) ha dominato la comunicazione pubblicitaria degli ultimi 30 anni. Io personalmente eviterei nuove linee di prodotti alimentari interamente confezionate in nero… soprattutto se dietro un nome esotico e misterioso si nasconde la più nota marca di spaghetti italiana.
Dal bianco al nero, un cambio di rotta c’è.
Ma accanto ad uno sparuto innovativo settore scuro dall’aspetto rivoluzionario per il nostro benessere, continuano a prolificare abbondanti reparti giallo-chiaro, blu o verde che alimentano sovrappeso e diabete e che non danno mostra di voler sparire in nome della nuova mission.
Fortuna che, tra i mille colori fuorvianti del packaging alimentare, possiamo ancora scegliere una vita fatta di colori veri.
