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La folle scommessa

Nella storia dell’essere umano, ogni tanto qualcuno fa delle scoperte che danno forti accellerate allo sviluppo culturale e scientifico dell’intera umanità. Sto pensando ai classici: Galileo, Pasteur, Marconi, Einstein… Uno sviluppo che all’atto pratico si traduce nel migliorare potentemente la qualità della vita dell’uomo, ma anche nel potenziare le sue facoltà ed - in ultima istanza - il suo potere.

Sarà una deformazione professionale, sarà perché credo che le esperienze che possiamo fare su questa terra siano comunque insostituibili per la nostra evoluzione personale, sarà perché trovo assurdo che ancora oggi si muoia per quelli che sono a tutti gli effetti dei semplici guasti meccanici del nostro organismo….

Oppure è semplicemente perché ancora non sono riuscito a superare l’aura di sofferenza che inevitabilmente noi esseri umani nella stragrande maggioranza dei casi abbiniamo alla morte….

Sta di fatto che guardo con particolare riconoscenza e rispetto tutti coloro che hanno fatto progredire la scienza della vita, scoprendo meccanismi e ragioni per cui possiamo tutti vivere in un maggiore stato maggiore salute e più a lungo. Chi scopre come regalarci attimi supplementari di esperienza ci sta di fatto regalando la cosa più preziosa che - aldilà di ogni retorica - la vita, nuda e cruda.

Ma cosa ne facciamo di queste scoperte? Come viviamo la nostra vita? Qui entriamo in uno dei misteri più impervii dell’uomo.

Il mistero per cui ci preoccupiamo di tante cose dimenticandoci spesso che senza vita (o salute profonda, che in un certo senso è lo stesso) non esiste molto altro!

E allora ecco il fumo, ecco un’alimentazione casuale, ecco una vita statica e molliccia… E quando qualcuno prende un Nobel perché ha scoperto una strada per stroncare le malattie cardiovascolari, qualcuno che coerentemente va oltre gli standard e i cliché dello scienziato classico pur di raggiungere i suoi scopi scientifici e umani, qualcuno che riesce a mettersi tanto in discussione da iniziare a 60 anni suonati a fare maratone (sì, hai letto bene: al plurale!), e questo qualcuno scrive un libro divulgativo (altro termine che adoro…) sull’Ossido Nitrico, ribattezzato “la molecola di Dio”, noi che facciamo? Finta di niente, lasciando che il messaggio continui a circolare solo tra gli addetti ai lavori, come se un cuore da preservare lo avessero solo loro?

Pochi euro per una ricca manciata di informazioni salva vita… fossi in te mi comprerei subito il libro del Nobel Lou Ignarro, appena tradotto in italiano! Tra l’altro ti ho trovato un’offerta veramente fuori dal normale… ;) per i dettagli clicca qui

Il Naturale è morto, evviva il Naturale!

spaghetti2.gifLe parole sono strumenti, e come tali possono essere usate per ottenere uno scopo. Tuttavia molto spesso ce ne dimentichiamo, e le utilizziamo come capita, senza preoccuparci delle conseguenze. Conseguenze sociali, ma anche personali, di cui troppo spesso non siamo coscienti. In questo senso il termine abuso è assolutamente legittimo: usare le parole senza pensare alle conseguenze che possono creare.

A questo riguardo oggi esistono poche parole problematiche come il termine “naturale“.

Lavorando in un ambito legato al benessere, è facile immaginare quanto le persone con cui entro in contatto abusino - appunto - di questo termine.

Perché? Perché ognuno di noi dà alla parola un significato diverso, e questo ovviamente crea confusione, soprattutto se parliamo di alimentazione e stile di vita.

Naturale vuol dire che fa riferimento alla natura incontaminata dall’uomo?

Se sì, allora devo purtroppo registrare il decesso del concetto stesso di naturale.

Oggi nulla di ciò che ci circonda è più naturale nel vero senso della parola. Quindi, per esempio, se adottiamo questa interpretazione (l’unica veramente coerente, aggiungerei), dovremmo capire che è IMPOSSIBILE mangiare in modo naturale… non credo sia necessario convincere nessuno del fatto che abbiamo modificato (spesso addirittura massacrato e rovinato…) questo bel pianeta negli ultimi millenni.

A rigore, se vogliamo essere precisi, i frutti dell’agricoltura e dell’allevamento non sono naturali… Non è naturale il pane, né gli spaghetti, né il caffè da bere, né l’acqua disinfettata degli acquedotti, né la crostata di nonna maria… sono TUTTE invenzioni umane! Non sono prodotti naturali in senso stretto, cioè prodotti dalla natura…

Ma magari per qualcun altro questa può essere una posizione eccessiva… Si può dire che la qualità del naturale si misura in gradi, senza rigidità.

Allora non è naturale il farmaco sintetico, ma è naturale la tisana al thé verde. Non è naturale l’OGM ma è naturale l’innesto delle piante da frutto. Non è naturale allevare migliaia di galline in un capannone industriale dentro gabbie e senza luce solare, ma è naturale allevare le pecore per fare il formaggio. E gli esempi potrebbero continuare.

Qual è il punto? Il punto è che se per salvare l’idea affascintante e tranquillizzante che ognuo di noi possa ancora mangiare naturale, magari facendo la spesa biologica o mettendosi l’orto in casa, adottiamo il punto di vista chiamiamolo morbido, allora stiamo semplicemente ignorando un elementare meccanismo psicologico, che si chiama familiarità.

A livello personale, ognuno di noi considera naturale ciò che conosce da quando è nato. Cioè ciò che fa parte dell’ambiente naturale in cui è nato e cresciuto.

Quando arriva una novità in campo alimentare, una qualsiasi, la novità viene recepita tanto più innaturale rispetto a ciò che esisteva prima in funzione di quanto è diversa.

Non ho dati certi, ma credo che quando sia uscito il pomodoro pelato in scatola in molti abbiano pensato ad una cosa innaturale… rispetto al pomodoro fresco! Oggi non è più così, o quantomeno il pomodoro in scatola non è più considerato così innaturale… E’ tutta una questione di tempi, di convivenza d’uso e di costruzione di una familiarità che trasforma il cibo nuovo INNATURALE ==> NATURALE.

Se non prendiamo atto di questo fatto, finché non capiamo che etichettare come naturale o innaturale è solo una questione di sfumature soggettive (perché legate allo scorrere del tempo), continueremo ad illuderci e a cercare qualcosa che non esiste più da tanto, tanto tempo.

E magari continueremo a perdere delle belle occasioni di quello che magari tra 20 anni sarà consideraro un naturale benessere.

Alimentazione, un incidente di percorso

ferrari.jpgPerché le persone continuino a considerare l’alimentazione come qualcosa di poco importante che non meriti approfondimento è un fatto che mi dà spesso da pensare.

Ci sono delle aree comportamentali della nostra vita così private e delicate da essere sempre state affidate, per la loro trasmissione, alla potentissima scuola dell’esempio familiare. Il sesso, il cibo, l’educazione, l’etica, i rapporti di coppia, la gestione dei soldi, la stessa educazione dei figli sono state per secoli frutto di insegnamenti familiari. E la cosa ha funzionato finché questa istituzione doveva competere - come fonte di ispirazione e comportamento - solo con gli amici e con la scuola.

Oggi, in una situazione in cui anche la famiglia è sfaldata, la violenta concorrenza esercitata da TV, web e giornali è troppo forte perché i genitori - ammettendo che sappiano come comportarsi - riescano a veicolare qualsiasi messaggio forte e coerente.

Conseguenza? Ragazzi confusi da informazioni frammentarie, spesso contraddittorie e prive di quel solido e robusto fondamento che serve fino a quando non diventi grande. Anche fossero in contrasto con tutto, come da copione adolescenziale.

Soluzione? Tuffarsi nel caos, affrontando quotidianamente il rischio di essere trascinati giù dal vortice dei costumi impazziti. Oppure accettare che anche in questi campi “sacri” entrino i nuovi professionisti, e trovare l’umiltà di accettare i consigli e la guida di qualcuno più pronto a sostenere la complessità del mondo in cui viviamo. Qualcuno che ti spiega come aiutare tuo figlio a riempire il suo vuoto spirituale, come prepararlo al sesso usa e getta, come insegnargli a convivere con grassi saturi e patatine fritte.

Una volta qualcuno mi ha detto che il mondo sta andando troppo veloce e che voleva scendere. Io credo che ci siano sempre più cose belle da vedere e da sperimentare, ma se passi da una carrozza ad un Ferrari forse è meglio mettersi la cintura di sicurezza.

Quell’inutile aperitivo…

campariorange.jpgCerte volte mi stupisco di quanti elementi abbiano in comune le differenti forme di benessere che ognuno persegue quotidianamente.

Qui da noi in Italia esiste il rito tardo pomeridiano dell’aperitivo. Non so come nasce, credo sia il retaggio di un’esperienza di socializzazione dopolavorativa che risale a qualche decennio fa. Ci si vede al bar, si fanno due chiacchere, e ci beve qualcosa di alcolico o meno accompagnato da patatine, olive o salatini… Da notare che lo scopo fisiologico dichiarato è aumentare l’appetito della cena.

Ora, sappiamo tutti quali sono i danni da sovralimentazione nel mondo occidentale: sovrappeso al 50% (e oltre…), obesità a due cifre percentuali e comunque in crescita (e con lei il diabete e le malattie cardiovascolari). Che senso ha ingozzarsi di schifezze alle sette di sera per mangiarne ancora di più alle nove?

Allo stesso modo, c’è uno stato d’animo che ritengo essenzialmente autodistruttivo per la mente e per il portafogli che si chiama “preoccupazione“. Viviamo costantemente esposti a prove di crescita personale che chiamiamo problemi. Siamo cioè perennemente immersi nel miglior tessuto che ci sia per addestrare la nostra attitudine a superare gli ostacoli: la nostra realtà quotidiana.

In questo quadro, potremmo definire la preoccupazione come l’aperitivo che ci prepara alla “pappata” del problema.
Prendendoci una bella “preoccupazione” al bar della vita, prepariamo il nostro cervello a soffrire più danni dal problema che dobbiamo affrontare, proprio come con l’aperitivo prepariamo il nostro stomaco ad assorbire più cibo dalla cena che stiamo per fare.

Mi chiedo allora che senso abbia coltivare (o permettere a noi stessi) di indugiare in un’abitudine mentale che:

  1. potenzia l’impatto distruttivo delle esperienze critiche (i cosiddetti “problemi”) perché li ingigantisce senza far nulla per superarli;
  2. ci distrae dall’immenso splendore del momento presente reale per soffrire anticipatamente di un momento futuro.

Se va bene “pre-vedere” una situazione futura (cioè “vederla prima”) per poter agire di conseguenza, “pre-occuparsi“, cioè “occuparsi prima” come ci ricorda l’etimologia della parola, è un lento suicidio psicologico.

L’unico modo per uscire dai guai - fisici, emotivi, finanziari - sta nell’analizzare la situazione e “occuparsene”, cioè agire, lavorare, fare qualcosa di concreto ora.

Risparmiamo i soldi di analcolico e noccioline.
Non abbiamo bisogno di ulteriore stress mentale, di pensiero reciclato ed autodistruttivo più di quanto non ci servano calorie dannose da grassi e zuccheri fuori pasto. Che, per inciso, sono oggi sempre più spesso gli scarti di panini e tramezzini del giorno prima lasciati all’aria per qualche ora

Ingegneria alimentare o nutrizionale?

foto-spaghetti.jpgNormalmente non ci pensiamo, ma un piatto di pasta al ragù è il risultato di un’operazione di ingegneria alimentare. Abbiamo preso dei cereali, li abbiamo decorticati, raffinati, tritati, impastati con acqua, uova e sale e li abbiamo cotti in acqua bollente aggiungendoli ad un purea di pomodori cotti con olio, aromi e carne di manzo.

Quello che abbiamo fatto è stato prendere degli alimenti naturali e li abbiamo modificati… perché? Per un unico, inequivocabile scopo: far godere le nostre papille gustative.

In un certo senso abbiamo manipolato la natura per soddisfare uno dei nostri sensi.

Io personalmente, pur adorando le tagliatelle al ragù ed il 99,5% dei prodotti realizzati dalla incoparabile tradizione culinaria italiana, mi sto sempre più affezionando al concetto di ingegneria nutrizionale.

Una tipica operazione di ingegneria nutrizionale è un integratore di vitamine. Abbiamo preso i micronutrienti, li abbiamo uniti tra di loro e - se siamo una grande azienda di integrazione alimentare… - li abbiamo combinati privilegiando la loro assimilabilità.

Perché lo facciamo? Per prenderci i nutrienti che scarseggiano sempre più nel cibo…

Anche in quello naturale? Certo, non sempre per cattiva volontà di qualcuno ma per le necessità di un mercato poco informato che non ha strumenti di valutazione adeguati oltre l’aspetto ed il costo.

Ma la vera tragedia sta proprio nei frutti (industrializzati…) dell’ingegneria alimentare! Perché se l’unico scopo è soddisfare il palato, solleticare i succhi gastrici, farci innamorare di sapori sempre più artefatti, è ragionevole pensare che nessuno si preoccupa dei nutrienti… Anzi.
E’ d’obbligo dedurne che ogni sforzo, ogni investimento, ogni miglioramento siano improntati in questa direzione, e che per contenere i costi ci saranno sempre meno nutrienti.
Se la maggioranza delle persone paga per il gusto, perché investire per qualcosa per cui l’italiano epicureo medio non spenderebbe un euro in più?

Ma fortunatamente le cose stanno lentamente cambiando. All’immenso (in tutti  sensi…) popolo degli amanti dell’ingegneria alimentare, del sesso occasionale con il primo carboidrato oleoso che passa, sta cominciando a rispondere la piccola tribù di coloro che si stimano abbastanza da perseguire i frutti dell’ingegneria nutrizionale, di quell’amore eterno che ognuno di noi dovrebbe dichiarare innanzitutto a se stesso.

E perché ci preoccupiamo dei nutrienti? Per vivere meglio e più a lungo, semplicemente. Anche perché nell’antica sapienza dell’equilibrio, se vivo 20 anni di più forse mi godo anche qualche piatto di fettuccine in più…

Ma attenzione! Se il mercato cambia, gli esperti di marketing sono pronti ad abbracciare al volo la nuova tendenza… Cambiando genere? Mettendosi a produrre nutrizione piuttosto che alimentazione? No! E’ più entusiasmante cercare il miracolo… daltronde si sa, più la balla è stratosferica, più è credibile…

Prendiamo dei biscotti al cacao (prodotto di ingegneria alimentare), qualcosa cui le persone si affezionano per l’appagamento orale, ci mettiamo dei probiotici (dettaglio di ingegneria nutrizionale) e ce li vendiamo come nutrizione sana, qualcosa che anche il popolo del benessere potrebbe desiderare!
L’idea è geniale, rappresenterebbe veramente la quadratura del cerchio, se… non ci fossero alcune piccole incongruenze:

  1. i nutrienti costano, e costano molto di più degli alimenti. Come fai, tu grande azienda alimentare a permetterti (e permettermi) di mangiare sana nutrizione al costo di un’insana alimentazione?
  2. i dettagli sono importanti (qualche nutriente aggiunto qua e là), ma è la struttura che fa la differenza… in poche parole non basta dipingere una macchina di rosso per avere una Ferrari!
  3. perché dovrei bermi la tua conversione se con una mano dai e con l’altra togli? In poche parole, perché dovrei fidarmi dei tuoi consigli di pace se contemporaneamente e senza alcun pudore continui a fare la guerra?

Questo è quello che sta facendo una grande società di ingegneria alimentare italiana, corresponsabile dell’overdose di carboidrati e zuccheri che sta piagando il Paese e che con mulini ovattati e slogan sdolcinati (guarda caso…) ha dominato la comunicazione pubblicitaria degli ultimi 30 anni. Io personalmente eviterei nuove linee di prodotti alimentari interamente confezionate in nero… soprattutto se dietro un nome esotico e misterioso si nasconde la più nota marca di spaghetti italiana.

Dal bianco al nero, un cambio di rotta c’è.

Ma accanto ad uno sparuto innovativo settore scuro dall’aspetto rivoluzionario per il nostro benessere, continuano a prolificare abbondanti reparti giallo-chiaro, blu o verde che alimentano sovrappeso e diabete e che non danno mostra di voler sparire in nome della nuova mission.

Fortuna che, tra i mille colori fuorvianti del packaging alimentare, possiamo ancora scegliere una vita fatta di colori veri.

Una fame da lupi…

(…) La natura ci ha fornito di un meccanismo chiamato fame che ci spinge a “fare il pieno” per non rimanere a secco 

La grande attrazione per esempio che esercitano sulla maggior parte delle persone gli zuccheri, i carboidrati raffinati ed i grassi, nasce proprio dal fatto che in una situazione di scarsità di cibo, il gusto del palato poteva aiutarci a privilegiare questi cibi altamente calorici a discapito di quelli ipocalorici (carne e pesce magri, verdure, ma anche frutta).  

Questo perché se con la dispensa vuota dovessimo – invece di passare al supermercato - andare a caccia di corsa nelle campagne circostanti (!) per procurarci il cibo con le nostre mani (con il rischio di mangiare 1 volta al giorno… o anche molto meno) sopravviveremmo certamente di più mangiando cibi ricchi di calorie.  

Resta il fatto però che la società dell’abbondanza (almeno in questo fortunato angolo del pianeta…) si è evoluta più velocemente della natura (l’essere umano è progettato per fare 30 km al giorno!), e tutti i problemi di sovrappeso che ci stanno schiacciando (senza ormai quasi più distinzione tra Occidente e Oriente…) nascono da qui.  In realtà uno dei problemi ricorrenti nella nostra società è che spesso il palato, lo stress (o entrambi) ci spingono a “fare” continuamente il pieno di benzina anche se abbiamo i serbatoi pieni.   Questa continua richiesta di cibo (=carburante) è resa ancora più pressante quando mangiamo cibo di qualità scadente o comunque povero dei nutrienti essenziali. 

Una nota importante: quando senti parlare di nutrienti “essenziali” vuol dire che l’organismo non li può produrre da solo trasformandone altri… in poche parole, o li mangi, o resti senza! 

Torniamo allo stomaco sazio di cose povere ma affamato di nutrienti. Qui è necessario che facciamo una distinzione elementare. Alimentazione o nutrizione? 
Dire alimentazione (cioè tutto quello che è appetibile e commestibile), non vuol dire nutrizione (cioè quella parte degli alimenti che può essere usata per nutrire in modo sano le cellule e mantenere inalterato il nostro stato di benessere).  
Esiste un’alimentazione molto povera o addirittura priva di nutrizione (es. zucchero bianco), esiste un’alimentazione ricca di nutrizione (es. l’albume dell’uovo, ricchissimo di proteine di alta qualità), ed esiste un’alimentazione non solo ricca di nutrizione ma anche altamente bilanciata, cioè con una serie di nutrienti complementari tra loro (es. un’insalatona con 10 verdure colorate diverse, tonno, qualche noce e olio d’oliva extravergine). 

Il punto è infatti che l’organismo non si accontenta di avere lo stomaco (=serbatoio) pieno di alimenti, ma vuole (comprensibilmente…) che sia pieno di tutti i nutrienti che gli servono per conservare la sua energia e mantenere una salute equilibrata il più a lungo possibile!  Cosa sempre più difficile, dal momento che - vuoi per lo stile di vita, vuoi per le modalità di produzione - tendiamo a mangiare troppe cose che dovremmo evitare (zuccheri, grassi saturi, pesticidi, conservanti, etc.) e poche di quelle che ci servono (carboidrati, grassi buoni, proteine, vitamine, sali minerali, fibre, etc). 

Questa politica di alimentazione fatta di eccessi e carenze causa non solo l’aumento delle sostanze di scarto all’interno del nostro motore biologico, ma spesso lascia la nostra macchina senza i nutrienti necessari per lavorare in piena efficienza.Questo perché il nostro sistema di alimentazione (dal palato allo stomaco) è sempre meno in grado di distinguere facilmente la differenza tra i cibi naturali ed i cibi artefatti per essere più appetitosi.   Perché un’altra straordinaria caratteristica della macchina biologica che ci ospita, è la sua capacità naturale di farsi da sola il check up (i tagliandi), e di autoripararsi… il tutto ovviamente se la trattiamo nel modo più corretto! Che può succedere allora quando di fronte a pieni ricorrenti di benzina sempre più calorica (eccessi) ma sempre meno buona (carenze), inseriamo in un corpo troppo carburante? Che non solo l’organismo comincia a funzionare male (con conseguenza di disturbi e patologie), ma spesso anche il metabolismo si rallenta e tutto il carburante in eccesso va nei serbatoi d’emergenza che si chiamano grasso e cellulite

Dal punto di vista biologico in realtà un metabolismo lento è un grosso vantaggio… Pensa che se 2 persone finiscono su un’isola deserta con poco cibo, sopravvive di più quella con il metabolismo più lento… Chissà perché, però, quasi nessuna delle persone che assistiamo a tornare in forma si esalta quando sente questa storia…

Molte persone si preoccupano di avere un metabolismo al massimo della sua efficienza per un semplice, innegabile fatto: tutti vogliono avere più energia e meno grassi depositati! C’è da considerare inoltre che il cibo scadente, quello che in america chiamano junk food, ovvero “cibo spazzatura”, è più semplice da trovare in qualsiasi angolo delle nostre città e costa molto meno di quello più sano che ci farebbe meglio. Questo è il motivo per cui le persone si trovano continuamente ad abusarne.

Ma risparmiare soldi e fatica oggi, magari sfiziandosi con pizza, panini, fritti, gelati o dolci, ci predispone a spendere migliaia di euro in cure mediche domani!

Estratto dall’ebook “Riattiva il metabolismo in 5 mosse” (AA.VV. Ed. Ifeelgood.it)

Nasce I Feel Good Project

leo_grecia_cena_vip_web.jpgPer uno sviluppo che includa 3 aree fondamentali come il Benessere globale (e quindi fisico ed emotivo), l’Abbondanza economica che si raggiunge quando ci si dedica con il cuore a un grande progetto di crescita finanziaria per sè e per gli altri ed, in ultimo ma solo per ragioni di copy, la Libertà.

Libertà personale intellettuale, emotiva, fisica, economica…
La libertà di sentirsi bene ogni giorno.

Liberi di scegliere solo se si hanno diverse possibilità di scelta.
E questo implica conoscenza, ricerca ed una mente aperta.

Welcome to I Feel Good!