Quell’inutile aperitivo…

campariorange.jpgCerte volte mi stupisco di quanti elementi abbiano in comune le differenti forme di benessere che ognuno persegue quotidianamente.

Qui da noi in Italia esiste il rito tardo pomeridiano dell’aperitivo. Non so come nasce, credo sia il retaggio di un’esperienza di socializzazione dopolavorativa che risale a qualche decennio fa. Ci si vede al bar, si fanno due chiacchere, e ci beve qualcosa di alcolico o meno accompagnato da patatine, olive o salatini… Da notare che lo scopo fisiologico dichiarato è aumentare l’appetito della cena.

Ora, sappiamo tutti quali sono i danni da sovralimentazione nel mondo occidentale: sovrappeso al 50% (e oltre…), obesità a due cifre percentuali e comunque in crescita (e con lei il diabete e le malattie cardiovascolari). Che senso ha ingozzarsi di schifezze alle sette di sera per mangiarne ancora di più alle nove?

Allo stesso modo, c’è uno stato d’animo che ritengo essenzialmente autodistruttivo per la mente e per il portafogli che si chiama “preoccupazione“. Viviamo costantemente esposti a prove di crescita personale che chiamiamo problemi. Siamo cioè perennemente immersi nel miglior tessuto che ci sia per addestrare la nostra attitudine a superare gli ostacoli: la nostra realtà quotidiana.

In questo quadro, potremmo definire la preoccupazione come l’aperitivo che ci prepara alla “pappata” del problema.
Prendendoci una bella “preoccupazione” al bar della vita, prepariamo il nostro cervello a soffrire più danni dal problema che dobbiamo affrontare, proprio come con l’aperitivo prepariamo il nostro stomaco ad assorbire più cibo dalla cena che stiamo per fare.

Mi chiedo allora che senso abbia coltivare (o permettere a noi stessi) di indugiare in un’abitudine mentale che:

  1. potenzia l’impatto distruttivo delle esperienze critiche (i cosiddetti “problemi”) perché li ingigantisce senza far nulla per superarli;
  2. ci distrae dall’immenso splendore del momento presente reale per soffrire anticipatamente di un momento futuro.

Se va bene “pre-vedere” una situazione futura (cioè “vederla prima”) per poter agire di conseguenza, “pre-occuparsi“, cioè “occuparsi prima” come ci ricorda l’etimologia della parola, è un lento suicidio psicologico.

L’unico modo per uscire dai guai - fisici, emotivi, finanziari - sta nell’analizzare la situazione e “occuparsene”, cioè agire, lavorare, fare qualcosa di concreto ora.

Risparmiamo i soldi di analcolico e noccioline.
Non abbiamo bisogno di ulteriore stress mentale, di pensiero reciclato ed autodistruttivo più di quanto non ci servano calorie dannose da grassi e zuccheri fuori pasto. Che, per inciso, sono oggi sempre più spesso gli scarti di panini e tramezzini del giorno prima lasciati all’aria per qualche ora

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